Intervista ad Alo, davanti a un piatto di risotto e a varie bottiglie di vino rosso
A 11 anni fondevo barattoli di plastica e di metallo con l’accendino. Li raccoglievo dove capitava e li bruciavo in cantina per farne delle sculture. Non sapevo bene cosa stessi facendo e perché, ma mi piaceva vedere come la materia si trasformasse; era distruzione e creazione, penetrazione della realtà. C’era la puzza, l’odore di bruciato, anche quello era parte della creazione. Le cose che si deformano, si sciolgono, dicono del proprio dolore. Facevo quello, non c’era intenzione, solo il lasciarsi andare a quello per ridurre a elementi minimi. Un sorta di alchimista al contrario.
Poi rimettevo insieme i frammenti e i residui su un tavolo di legno. Non volevo dire niente, cercare niente. Mi piaceva e basta. Mi piaceva l’estetica diversa di quella materia trasformata.
Un amico mi disse che facevo pop art. Non avevo mai sentito nominare la pop art, ma era un bel nome. Mi informai. Scoprii che facevano più o meno quello che facevo io.
In televisione vidi uno sceneggiato sulla vita di Ligabue. La televisione era in bianco e nero, eppure i colori uscivano lo stesso. Convinsi mio padre a portarmi a vedere una sua mostra nel mantovano. Ligabue era di quelle parti. Io sono di Bondeno. Stessi paesaggi grigi, la nebbia, il Po. E il colore di Ligabue: dipingeva gli animali come solo Van Gogh ha fatto. C’era la sofferenza, la selvaticità, la gioia, la tragedia di essere preda. C’era tutto in Ligabue. Vera pop art, arte popolare, che tutti potevano comprendere. L’arte deve essere semplice, popolare, alla portata di tutti.
Se faccio un quadro e lo vendo per cinquanta Euro, c’è qualcuno che lo vede e io ho i soldi per farne altre cinque. E’ solo questo. Non c’è bisogno di altro.
Guglielmo Mari era bondenese, come me. Un grande artista. Usava smalti allo zinco su tela in maniera pazzesca, con contrasti fortissimi. Ritratti di amici, ambienti con una forza espressiva pop, veramente popolare. Usava colori semplici, naturali, violenti, diretti, comprensibili da tutti.
Aveva qualche anno più di me. Era il mio amico e il mio maestro, anche se lui non si sentiva maestro di nessuno.
Dovevamo fare una mostra insieme a Bologna. Ci volevano 200 mila lire. Era uno spazio importante. Io avevo 100 mila lire per andare a Parigi con Angela ed altri amici. O Parigi o la mostra. Scelsi Parigi. Guglielmo ci rimase male. Quella mostra non l’abbiamo più fatta. Lui morì qualche anno dopo.
carlo [ALO] andreoli
Carlo Andreoli (Alo per gli amici) è un artista. Non intendo che lui sia artista perchè produce oggetti d'arte. Quello ne è solo un aspetto. Lui è artista quando cammina, beve, dorme, cucina. Non quando parla, perchè lui non parla, ma emette suoni, come un gabbiano o anche come un tacchino, a volte (dipende dalla birrra). Alo non è parte del mondo normale, concreto al quale noi ci riferiamo, sebbene anche lui debba sottostarci con dolore e fastidio, come tutti. A lui però riesce la magia di essere anche altrove, da qualche altra parte, e i suoi occhi sono penetrati dalla luce di quel luogo dove dimora, anche se appare in mezzo a noi.
Un angelo, direte... e cos'è quel nome - Alo - se non la contrazione, la sintesi dell'angelo, e quel breve suono il suo fruscio d'ala, un alo, appunto.
Chi lo conosce, sa che non esagero. Chi non lo conosce, si faccia penetrare dalle sue opere. Sono fatte con quell'intento.
Carlo Andreoli
Un ponte tra l’arte e il quotidiano è il percorso che ci può portare nei pressi della sua anima;
ma è una passerella sospesa sul nulla che ne mostra l’inderterminatezza e la fragilità,
non certo un’opera monumentale che voglia spiegarne un ovvio e stabile collegamento.
L’opera come sospesa in una sorta di vuoto, su quella passerella di cui sopra,
dove autore e fruitore possono incontarsi forse con uno sguardo veloce,
che può essere anche d’imbarazzo o di paura.,
come di chi si trovi messo di fronte al se stesso che preferisce dimenticare. intensità del tratto,
dolore che è sotteso da ogni elemento delle sue creazioni,
anche in quelle apparentemente ironiche,
o in quelle blasfeme,
è in quell’innocente ma feroce espressione di dolore dell’esistenza
che possiamo riconoscere come nostre le sue opere.
Il resto - tecniche, dimensioni, categorie, stime e valutazioni - non sono cose.
Non trovano spazio.